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La rivoluzione “green” inizia nell’armadio

By 21 Settembre 2020No Comments
Adottare un modello di economia circolare nel settore tessile può contribuire a salvaguardare l'ambiente

Sai da dove arriva e come viene prodotto ciò che indossi, dall’abbigliamento cool per l’outdoor al capo tecnico per il tuo fitness?

Ogni anno, per sostenere la domanda del mercato mondiale, l’industria tessile produce circa 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 secondo un recente studio di McKinsey: “più di quelle prodotte da tutti i voli internazionali e le navi messe insieme”. Un impatto ambientale allarmante se si aggiungono le sostanze inquinanti rilasciate nell’ambiente che spesso derivano dai trattamenti chimici a cui sono sottoposti fibre e tessuti prima di diventare abiti.

Ad accentuare la situazione è l’emergere vertiginoso del cosiddetto fast fashion, della moda veloce – usa e getta – che segue le tendenze del momento e gli umori del consumatore, spesso poco attento alla qualità di quello che indossa e al “modo” in cui viene realizzato. Basti pensare che in Europa vengono prodotti ogni anno all’incirca 80 miliardi di nuovi capi di vestiario e 5,8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, di cui però solo un quarto viene riciclato.

La provocazione che ne segue è curiosa: se il numero di volte in cui indossiamo un vestito in un anno venisse raddoppiato, le emissioni di gas serra sarebbero inferiori del 44%, sostiene McKinsey. È come dire che il nostro armadio può contribuire a salvare il mondo.

Riciclare e riutilizzare per ricreare valore

L’inquinamento è solo un aspetto degli effetti negativi del settore tessile sull’ambiente. E i dati lo confermano: per produrre indumenti, calzature e tessuti per la casa acquistati dalle famiglie dell’Unione Europea, nel 2017 sono stati consumati circa 1,3 tonnellate di materie prime e 104 m3 di acqua per persona, si legge sul report 2019 dell’European Environment Agency.


Ma se invece il ciclo di vita di un indumento non finisse nel momento in cui si decide di non utilizzarlo più e di buttarlo? Cosa succede se viene riciclato e riutilizzato per poter essere trasformato in qualcosa di totalmente nuovo, evitando che diventi uno scarto ma un prodotto capace di generare ancora valore? Sicuramente si riduce il volume dei rifiuti immessi in natura, ma anche lo spreco di materie prime, di acqua e di risorse non rinnovabili.

Questo, con estrema sintesi, è l’approccio della “Circular Economy” applicato all’industria della moda: provare tutti insieme a promuovere un ciclo produttivo “chiuso” – proprio come quelli naturali – che non porti all’eliminazione del prodotto, ma alla sua continua trasformazione, creando progetti di fashion design capaci di aiutare l’ambiente.

Filati sostenibili, non solo naturali

La moda responsabile è diventata un trend. Sempre più spesso acquistiamo un indumento dando la preferenza a tessuti naturali e sostenibili. Ma a rendere “green” i tessuti non è solo il tipo di fibre che vengono utilizzate, bensì il processo produttivo con cui vengono realizzati.

Le fibre organiche o di origine animale – ad esempio quelle del cotone delle t-shirt o della lana dei nostri maglioni –  che a prima vita sembrano la scelta più in armonia con la natura, possono comportare processi di lavoro non controllati e di bassa qualità. Tra le principali conseguenze, l’enorme spreco di materie prime, come l’acqua e il terreno da destinare a colture e allevamento, lo sfruttamento degli animali e la scarsa tutela di chi opera nel settore. Per questo è sempre importante assicurarsi che i prodotti che acquistiamo rispettino corrette modalità di produzione, sia su un piano ambientale che sociale.

Si pensi ai prodotti “cruelty-free che salvaguardano gli animali e a tutte quelle certificazioni che garantiscono la sostenibilità produttiva ed etica di un filato attraverso il controllo di ogni singola fase del suo iter di lavorazione. Lo stesso discorso vale per le fibre prodotte artificialmente dall’uomo attraverso l’industria chimica, che necessitano di petrolio per poter produrre i cosiddetti tessuti sintetici – come poliestere o nylon per intenderci – e possono impattare in modo significativo sull’ambiente non appena diventano rifiuti.

Non tutti però sanno che grazie a soluzioni tecnologiche innovative è possibile realizzare fibre “man made” che rispettino appieno il nostro Pianeta.

Si pensi alle fibre sintetiche rigenerate o completamente riciclate il cui utilizzo può aiutare a sviluppare un ciclo di vita virtuoso per ogni capo, riducendo al minimo gli scarti industriali. Ma anche alla possibilità offerte da soluzioni tessili miste, che uniscono le proprietà tecniche di filati sintetici con l’alta qualità di quelli naturali. Oppure, di prodotti che utilizzano fibre sintetiche bio, che non prevedono l’uso di componenti tossici e che sono capaci di degradarsi velocemente assicurando un minimo impatto ambientale.

Alla ricerca di modelli di produzione virtuosi

Per essere sicuri che un capo d’abbigliamento sia davvero sostenibile è quindi indispensabile chiedersi di che cosa sia composto e come sia stato realizzato, con quali effetti a livello sociale, ambientale ed economico. Bisogna provare a conoscere, insomma, il suo ciclo di produzione e di vita.

Un approccio “circolare” alla moda permette di considerare i tessuti – di qualunque tipo essi siano – come un bene prezioso che può essere sempre riciclato, riusato oppure “rigenerato” per creare nuovi tessili che garantiscano comfort e performance elevati per chi li utilizza grazie all’impiego di tecnologie e processi innovativi che ne esaltano le qualità tecniche, riducendo al contempo sprechi e inquinamento.

Le nuove tecnologie che stanno rivoluzionando il mondo della moda consentono inoltre di progettare i filati pensando fin da subito al percorso che un tessuto dovrà compiere per arrivare al consumatore, per essere usato, smaltito e poi riconvertito.

Ciò significa poter tracciare le filiere produttive per controllare i materiali utilizzati e le condizioni in cui sono stati usati e trasformati: sapere se un filato è stato certificato o è conforme a specifici standard permette di scoprire la storia di ciò che si indossa e ne attesta il valore, tutelando le persone e la natura.

La sostenibilità nella moda è quindi prima di tutto consapevolezza. Conoscenza di ciò che compro e utilizzo, il frutto di una profonda una scelta etica. È la possibilità che mi dà un “abito” di condividere un messaggio e raccontare una filosofia di vita.

Noi lo chiamiamo #greenperforming.

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