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Dalle microplastiche alle fibre sintetiche amiche dell’ambiente

By 7 Settembre 2020No Comments
Quali tessuti sintetici possono aiutare a ridurre l'inquinamento da microplastiche nei mari

La prima cosa che si pensa leggendo la parola “microplastiche” è a quei pezzetti piccolissimi di materiale plastico che derivano da bottiglie, contenitori o sacchetti che abbandonati nell’ambiente finiscono nei nostri mari, inquinandoli e danneggiando i pesci e le creature che li popolano.

Spesso, però, non si sa che buona parte della plastica che si trova nelle nostre acque arriva invece dalle nostre case. O meglio, dalle lavatrici con cui tutti i giorni facciamo il bucato e da tutti quei capi in tessuto sintetico che rilasciano nei tubi di scarico un po’ delle microfibre con cui sono stati realizzati, a causa delle sollecitazioni meccaniche del lavaggio e all’azione chimica dei detersivi che ne favoriscono il distacco.

Per fare un esempio, da studi recenti è emerso che gli indumenti sintetici contribuiscono a circa il 35% del rilascio globale di microplastiche “primarie”, quelle che arrivano già frammentate in piccoli pezzi nei nostri mari e negli oceani. Guadagnandosi così il primo posto tra le principali fonti di inquinamento in ambiente marino.

Un dato realistico se si pensa che le fibre sintetiche rappresentano quasi il 60% del consumo globale annuo di fibre utilizzate dall’industria tessile, che nel settore dell’abbigliamento corrispondono a circa 69,7 mega tonnellate di fibre e che in tutto il mondo vengono utilizzati oltre 840 milioni di lavatrici domestiche.

Nonostante ciò, c’è una buona notizia: per salvare il nostro Pianeta dall’invasione delle microplastiche non dobbiamo rinunciare ad utilizzare tessili prodotti con fibre sintetiche. Ma iniziare a fare scelte più consapevoli, che partono innanzitutto dalla conoscenza di ciò che indossiamo e di come lo utilizziamo. Promuovendo un approccio sostenibile ed etico anche nel campo della moda.

Fibre sintetiche, ma quali inquinano di più?

I tessili sintetici – quelli che contengono nylon, poliestere o acrilico, ad esempio – non sono tutti uguali e per questo si comportano diversamente l’uno dall’altro quando vengono usati e lavati.

Un interessante studio italiano condotto dall’Istituto per i polimeri, compositi e biomateriali (Ipcb) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), pubblicato nel 2019 sul Scientific Reports (Nature), ha permesso infatti di capire in che modo le particelle di plastica presenti nelle fibre nei nostri abiti possono staccarsi dai tessuti durante il lavaggio, causando l’inquinamento dei nostri mari.

Gli esperti del Cnr hanno scoperto che la concentrazione di microplastiche rilasciate da ciascun abito a fine lavaggio varia dai 124 ai 308 milligrammi per chilogrammo di tessuto lavato, ma che alcuni di questi perdono più microfibre rispetto ad altri. È emerso inoltre che i tessuti con fibre lunghe e attorcigliate, come quelli prodotti al 100% in poliestere, rilasciano ad ogni lavaggio una quantità di particelle plastiche che possono arrivare fino a 1.1000.000 di microfibre, mentre i quelli che contengono poliestere “riciclato” si comportano diversamente, abbandonando nell’acqua una minore quantità di fibre, circa 640.000.

È dunque facile intuire come a fare la differenza possano essere le caratteristiche intrinseche di un tessuto – come il tipo di filamenti con cui sono costituiti i filati e la loro torsione – insieme alla loro derivazione – pensiamo a quelli riutilizzati o ricreati seguendo processi produttivi sostenibili e innovativi che si rifanno ad un approccio di economia circolare.

Dalla responsabilità sociale alla produzione sostenibile

Non sono poche le azioni responsabili che possiamo compiere per ridurre l’inquinamento da microplastiche mentre laviamo i nostri vestiti. Una ricerca condotta dalla Newcastle University  in collaborazione con Procter & Gamble e pubblicata su Environmental Science and Technology nel 2019 ha sottolineato come i capi prodotti con fibre sintetiche rilascino una quantità maggiore di microfibre di plastica durante un lavaggio “delicato” in lavatrice rispetto ad un ciclo standard.

Altre analisi evidenziano invece l’importanza di lavare i tessili sintetici racchiudendoli in sacchetti di tessuto filtrante in grado di diminuire il rilascio di microfibre nell’acqua, oppure come sia preferibile l’utilizzo di detersivi liquidi rispetto a quelli in polvere, che per le loro proprietà abrasive possono facilitare il distacco di fibre durante il lavaggio. E così via.

I dati raccolti dalla ricerca del Cnr però ci devono far riflettere su un altro aspetto fondamentale: per aiutare davvero l’ambiente, oltre a mettere in pratica modelli di comportamento che preservino sempre la natura, è importante rivoluzionare il modo in cui noi ci avviciniamo ad un tessile, in cui lo scegliamo e lo acquistiamo. Perché oltre a riempire il nostro armadio e le nostre giornate, ogni nostro indumento può diventare espressione di una precisa scelta etica e rivoluzionare il mondo.

A venirci in aiuto sono tutte quelle innovazioni tecnologiche e di processo che oggi consentono ai produttori di dare vita a filati sintetici innovativi, per ottenere prodotti di alta qualità che incontrano gusti e necessità dei consumatori mantenendo al contempo un basso impatto ambientale.

Tessuti sintetici ma eco-compatibili

In linea con quanto evidenziato dallo studio pubblicato su Nature, per abbattere l’inquinamento “casalingo” causato dai lavaggi di abiti sintetici nelle nostre lavatrici, una scelta virtuosa può essere quella di acquistare prodotti con fibre sintetiche riciclate. Come quelli che realizzati con filati provenienti da scarti industriali o da prodotti giù utilizzati e poi ri-lavorati grazie a processi produttivi di tintura e finissaggio il più possibile sostenibili e compatibili con la salvaguardia della natura e dei lavoratori.

A questi si aggiungono i tessuti sintetici in grado di degradarsi velocemente – un po’ come fanno quelli naturali – e che quindi producono meno scarti. Questa caratteristica si chiama “biodegradabilità accelerata e contraddistingue tutti quei tessili che si deteriorano in modo più rapido rispetto alle normali fibre sintetiche, senza produrre sostanze tossiche.

Nel caso dei tessuti dedicati ad attività sportive per cui il comfort offerto da un indumento non può mai prescindere dalle sue elevate qualità tecniche, una risposta può essere l’impiego di filati misti, che riescono ad unire in un solo prodotto caratteristiche di traspirabilità e piacevolezza al tatto tipiche delle fibre naturali, come la lana o il cotone, a elevate prestazioni, come elasticità e durabilità propri di quelle sintetiche.

Sintetici si, quindi, ma solo se sostenibili. Perché per provare tutti insieme a difendere l’ambiente bisogna scegliere in modo consapevole ciò che si indossa, alimentando un nuovo modo di consumare e produrre.

Bisogna ri-pensare in modo sostenibile il design dei tessuti che compongono i nostri abiti. Realizzare e utilizzare filati in grado di inquinare meno la nostra terra, offrendo a chi li acquista la possibilità di indossare non solo un buon capo ma un prodotto che rispetti valori precisi e una nuova filosofia di vita.

Anche questo è #greenperforming.

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